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Opinioni

Pubblicato il 3 Dicembre, 2015 | da bolognain

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Le finte piazze di periferia

I nuovi centri di aggregazione sono nei centri commerciali. Ma i vecchi riti sociali qui hanno un che di superficiale, quando non di artificiale

(«Siete soli e tutti uguali / in fila ai supermercati / in quei centri commercial / dove andate allineati»)

Le hanno soprannominate le piazze nelle periferie, gli ipermercati che sono diventati luogo di teorica aggregazione sociale. Il riferimento è ad un luogo-simbolo del socializzare a Bologna: Piazza Maggiore. Non “il” luogo simbolo, perché nel centro storico questa funzione ce l’hanno anche se non soprattutto i portici. O per meglio dire ce l’avevano. Nati per questioni economiche – permettevano l’ampliamento di uno stabile, esigenza vitale negli anni del boom dell’Università – sono poi diventati un simbolo di accoglienza e comunanza. Mini piazze coperte.

Tutte le maxipiazze di oggi, corrispondenti ai grandi centri commerciali, sono state realizzate all’estrema periferia della città, quando non in un altro comune. Fa eccezione il Centro Lame. E in quasi tutti lo spazio aperto è limitato al parcheggio delle vetture. Fanno eccezione il Meraville, parcheggio più portico, e Le Piazze di Castel Maggiore. Qui sì anche agorà pedonali e unici a non prevedere un grande spazio comune coperto, come al Centro Borgo al Centronova, al Conad di Via Larga e allo Shopville Gran Reno.

Dove si sono spostati molti riti professionali e sociali. Dall’incontro di lavoro al tavolino di un bar, al pranzo con i buoni pasto. Dal ritrovo refrigerante d’estate a quello scaldante nella brutta stagione. E non solo per i pensionati, ma anche per i ragazzi nei lunghi pomeriggi del dopo scuola, quando venuta a noia la playstation si va tutti con lo smartphone a scambiarsi due parole e 100 messaggi.

E l’attività commerciale? Con un gioco di parole si potrebbe dire: un dettaglio, la vendita al dettaglio. Certo, è quella che giustifica l’esistenza dei centri commerciali. Particolarmente nel caso dei supermercati. Poi ci sono tutti gli altri negozi. Non tutti con una vita facile, dicono. Per via degli alti costi degli affitti. Vero o no, il tasso del cambiamento del tipo di attività commerciale di questi spazi è altissimo. Parafrasando Celentano, là dove c’era la libreria adesso c’è un ristobar. E viceversa.

Di uguale ci sono i riti di sempre, soprattutto nei weekend. Le vasche a zig zag, l’occhiata alla vetrina o alla minigonna, i capannelli di chiacchiere, il guardare e non toccare (comprare). La differenza subliminale di fondo è che tutto questo accadeva anche prima, ma all’aperto. Quando dalla Piazza era un big bang di flussi a raggiera. Adesso avviene tutto al chiuso e la concentrazione è verso un unico luogo. Fateci caso, quasi mai senza abitazioni intorno. Come un  castello, come un fortino. In un’atmosfera surreale, dove tutto finisce per essere superficiale, quando non artificioso.

Fa eccezione la Meridiana. Anzi, ne fa molte. La piazza principale è circondata da unità abitative. E racchiusa da un portico con attività commerciali. E poi ecco una sorta di lungo viale che finisce in un’altra piazza, dove c’è anche l’entrata di una multisala. Sormontata da una lunga e ampia terrazza circolare davanti ad una serie di luoghi di ristoro e da una prestigioso centro fitness. E così, di tutti i centri commerciali, questo rappresenta quanto di più simile ci sia all’antico modo di vivere in comunità. E’ anche l’unico luogo che ha una sua vita anche oltre l’orario di chiusura del supermercato. Ed è forse il periodo migliore, quando per le persone l’area più ridotta della distanza prossemica non è un problema ma un piacere.

Gaetano Saperi

Opinioni

3 Dicembre 2015

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