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Il Sì e il No spiegati alla stampa
L’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna ha organizzato un corso di aggiornamento-convegno sul Referendum costituzionale del 4 dicembre
Ormai si parla del Referendum costituzionale del 4 dicembre dal primo caffè del mattino all’ultima camomilla della sera e se molti hanno già in testa quale sarà la loro risposta alla riforma della Carta, altrettanti sono indecisi e praticamente tutta la gente comune non conosce a fondo l’impianto del progetto. Così, l’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna ha trasformato uno dei suoi periodici corsi di aggiornamento professionale per gli iscritti in un convegno, dove tre professori universitari di fama (Gianfranco Pasquino, Angelo Panebianco e Tomaso Francesco Giupponi) hanno illustrato lo stato dell’arte.
Il professor Giupponi lo ha fatto in maniera asettica spiegando cosa cambia in sostanza fra la Costituzione in vigore e quella che si vorrebbe profondamente modificata; gli altri due hanno tirato l’acqua al proprio mulino, visto che erano apertamente e notoriamente schierati su posizioni contrarie. Ne è nato un dibattito di quelli, verrebbe da dire, “all’antica”: ordinato, senza accavallamenti e toni di voce sopra le righe.
Angelo Panebianco è per il Sì: «Ci sono certamente ombre nel testo modificato, ma sono inferiori alle luci. Vedete, quella attuale è una Costituzione di contrappesi senza i pesi, voluta così perché alle successive elezioni della primavera 1948 si arrivasse con un governo debole, status che sarebbe andato bene a chiunque avesse vinto quella tornata elettorale. C’era la paura del tiranno, ed era logica, vista l’epoca, ma la paura del governo forte risale ai Comuni nel Medioevo. Con il Sì e la trasformazione del Senato avremo governi più stabili, ma non saremo automaticamente ai limiti dell’autoritarismo. Sulla presunta complessità della riforma e nello specifico dell’articolo 70 che passa da 9 a oltre 400 parole io dico che è stato un passo doveroso, perché doveroso è chiarire come cambiano le cose».
Pasquino: «Renzi dice che conosceremo il risultato delle elezioni la sera stessa delle elezioni. Ma non era un referendum? Sono contrario a quello che dice Panebianco su luci e ombre e bisognerebbe poi cominciare a dire quello che non c’è nella riforma, ad esempio che la forma di democrazia diretta è esclusa dal testo, che i cambi del Titolo V riducono di molto i poteri delle regioni. Si fa poi in modo di avere al Senato uomini che non rappresentano i cittadini , ma i partiti, quindi un Senato politicizzato. Avremo uno sbilanciamento fra le due camere. Pensate ai giudizi della Corte Costituzionale: tre eletti da 630 deputati, mentre solo 96 ne eleggeranno due! E a proposito ancora di regioni, bisognava abolire quelle a statuto speciale e incrementare l’accorpamento di alcune altre. E tutto questo sbandierando un risparmio di 500 milioni l’anno che si riducono in realtà a 50. E allora perché non diminuire tante spese inutili e diminuire anche il numero dei deputati?».
Naturalmente, come non sono bastate quattro ore a discutere tutto il trattabile, queste righe hanno cercato di essere il massimo della sintesi. Non pretendono di essere risolutive di dubbi né rafforzatrici di certezze, speriamo solo siano state utili almeno come l’unica propaganda qui ammessa: il diritto di voto deve essere anche un dovere.
Franco Montorro
25 novembre 2016