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Pubblicato il 14 Dicembre, 2015 | da bolognain

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Stadio: forse non tutti sanno che… Seconda puntata

Prosegue la rievocazione di miti, riti e tipi di Stadio a 70 anni dalla sua fondazione. Storie di chi ne ha viste e ne ha fatte di tutti i colori

Riassunto della puntata precedente. l’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna ha organizzato un altro degli eventi formativi prescritti per legge per gli iscritti e ha colto l’occasione dei 70 anni dalla fondazione di Stadio per invitare protagonisti di questa lunga e fortunata stagione giornalistica per proporre storie e racconti ancora oggi esemplari. 

Stadio è stato il secondo quotidiano ad usare il colore in Italia. Il primo fu il Messaggero Veneto, ma Stadio ha il primato fra i giornali a diffusione nazionale. Era tutto pronto e preannunciato in pompa magna, quando le prime copie in uscita dalla tipografia erano tutte completamente fuori registro. Con una decisione coraggiosa il responsabile grafico Luciano Parisini bloccò la stampa. L’editore si infuriò, ma poi gli diede ragione e il quotidiano uscì in edicola dopo essere stato “tarato”.

Gianfranco Civolani: «Sono l’unica persona vivente ad aver letto la prima pagina di Stadio nel 1945».

Italo Cucci: «Nel 1964, quando scoppiò il caso doping, la redazione di Stadio divenne un ritrovo, albergo, ristorante anche per i colleghi che venivano a seguire gli sviluppi da altre città. C’era di tutto, come il raffinato scrittore Paolo Monelli con il suo monocolo. E ci seguivano a mangiare nelle tavolate notturne da Cesari, dove si cibavano anche delle nostre notizie. Io e Adalberto Bortolotti ci completavamo, io ero la peste, quello cattivo. Lui lo chiamavo “Il Critico Riluttante”. Poi c’era “La fine del mondo”: Alfeo Biagi».

Alfeo Biagi portava spesso con sé il suo adorato cane bassotto, ma quella volta che raggiunse il ritiro del Bologna allenato da Edmondo Fabbri, “Mondino”, che era di bassa statura, se la prese perché sosteneva che lo avesse fatto apposta per prenderlo in giro. A proposito dell’altezza minima del tecnico romagnolo, Cucci ha ricordato una celebre battuta di Bruno “Cannarella” Pace: «A New York, Edmondo Fabbri si è seduto sul bordo di un marciapiede con le gambe a penzoloni».

Altro episodio legato al campionato 1963-64, quello del testa a testa con l’Inter e della penalizzazione poi cancellata per un presunto e dubbiosissimo caso di doping per alcuni giocatori rossoblù. La Federazione pensava di cavarsela con uno stratagemma, visto che non c’era mai stato bisogno di nessuno spareggio per assegnare il titolo. C’era ancora uno scudetto vagante, quello del 1927 revocato al Torino e mai assegnato al Bologna, secondo. La Gazzetta dello sport iniziò una campagna mediatica per assegnare all’Inter quello più recente e dare finalmente al Bologna quello più lontano. Si decide così, ma il patto non scritto fra giornalisti è di non dare la notizia fin quando la FIGC non ha diramato il comunicato ufficiale. Ma Gualtiero Zanetti, direttore della Rosea, torna a Milano e spara la notizia. Quel che succede a Bologna e che ruolo avrà nella vicenda lo Stadio lo aveva già magistralmente raccontato Adalberto Bortolotti: «D’ora in avanti non ci sono orari, né ferie, né settimane corte. Questa è una guerra e tutti siamo in trincea. Il concetto deve essere chiaro. Il Bologna è innocente e noi siamo qui per dimostrarlo. Tutto il resto passa in seconda linea». parole dell’allora Direttore Bardelli.

L’ultima parte del sunto del convegno parlerà anche di un poco conosciuto altro mestiere di Enzo Ferrari

Altre storie alla prossima puntata

Franco Montorro

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14 Dicembre 2015

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cucci

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